Lo stato degli studi

Il rapporto tra equità, legge e letteratura è stato affrontato in chiave comparatistica da storici della legge, studiosi di letteratura comparata e teorizzatori di questo dibattito interdisciplinare. Ne citiamo qui solo alcuni per dare un idea di come questo ambito di ricerca si sia evoluto negli anni recenti.

 

Richard Weisberg (Cardozo School of Law) è attualmente il più grande rappresentante contemporaneo di questo settore interdisciplinare “legge letteratura”, infatti il suo libro The Failure of the Word (1984) è uno dei testi di riferimento principali. Weisberg analizza otto importanti opere letterarie i cui protagonisti preferiscono la sicurezza del verbalismo ai rischi dell’interazione umana spontanea. Un linguaggio, contraddistinto da un forte aspetto formale, diviene mediatore tra le situazioni critiche della vita e i protagonisti, proteggendoli e al contempo alienandoli dall’azione creativa. Weisberg rilegge tutti questi testi moderni alla luce del paradigma nietzsciano del ressentiment. Con lo sviluppo del romanzo contemporaneo, gli scrittori lasciano volutamente emergere i valori del protagonista eloquente dalle parole degli uomini di legge e nelle corti di giustizia. Gli scrittori, riconoscendo che l’eroismo e la fede religiosa hanno perso il loro status di valori assoluti, si sono dimostrati consapevoli dell’emergere della legge come principio di controllo della società moderna. Tuttavia la legge, che altro non è se non un modo relativistico di ordinare la realtà attraverso il linguaggio, ha assunto il medesimo atteggiamento filosofico e religioso dei precedenti testi non legali. Il protagonista si è rivelato un uomo di legge nel parlare, nello scrivere e nel riorganizzare realtà altrimenti minacciose.

Ne I fratelli Karamazov e in Billy Budd, scritti entrambi negli anni ’80 del diciannovesimo secolo, il personaggio eloquente si avvale del linguaggio legale per esercitare il controllo su un accusato meno eloquente e meno colto. La vendetta privata contro un’offesa immaginaria perpetrata da tali individui positivi si trasforma in una vendetta collettiva contro la minaccia dell’individuo non conformista. La complessità della prospettiva legale, che hai giorni nostri trova la sua espressione istituzionale nelle corti di giustizia, distorce la realtà e finisce col privare la giustizia stessa della sua validità.
A pagarne il prezzo furono le vittime innocenti. Questo tema raggiunge il climax in due romanzi giuridici scritti da Camus: L’etranger (1942) e La chute (1956). Nel primo romanzo uomini di legge intervengono nella realtà di un personaggio il cui sistema morale è radicalmente diverso dal loro (in particolare nella sua preferenza per la storia e la materialità contro il verbalismo e la metafisica). In La chute un avvocato parigino, la cui ambiguità espressiva gli impedisce di leggersi dentro con chiarezza, rappresenta la cultura francese. Dodici anni dopo Vichy, l’avvocato di Camus, rammaricato ma non troppo, riconosce le pesanti conseguenze della vana eleganza di un’intera società. La parola era fallita non a causa di una mancanza di valore intrinseca, ma piuttosto a causa della sua incapacità di sostenere i valori di una certa cultura.

Il libro di Weisberg collega le profezie e le analisi postume al genocidio degli ebrei al vano verbalismo dei protagonisti giuridici descritti dalla letteratura moderna. Tali figure, che mancano di sostanza spirituale, incarnano tutte le caratteristiche del malessere più profondo della moderna società occidentale, cioè un risentimento e un rancore inesauribili. I romanzi di Camus dimostrano una terribile dicotomia tra etica e linguaggio: riecheggiano in tal senso il tema europeo, tipico del diciottesimo secolo, del risentimento legalizzato.

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James Boyd White in The Legal Imagination (1973) dichiara espressamente che l’educazione legale deve essere un’educazione liberale, un’educazione dove non si assimilano meri dati, ma si apprende l’introspezione; si apprende a scrivere in modo compositivo e non interpretativo. L’avvocato deve imparare a usare la propria voce in modo professionale e individuale allo stesso tempo; deve imparare l’ambiguità e l’incertezza del sapere; deve prendere coscienza della propria cultura e di come potervi contribuire. Pertanto la legge è un metodo di integrazione, un modo per mettere insieme diversi linguaggi.

Tali concetti vengono ripresi in Justice as Translation. An Essay in Cultural and Legal Criticism (1990) dove dichiara di volere pensare alla legge come ad una cultura dell’argomentazione, nella quale essa non è un insieme di regole, ma una diretta partecipazione alla cultura stessa, imparandone il linguaggio e il suo valore performativo. La legge è una branca della retorica intesa sia come arte della persuasione, che come arte deliberativa, che anche come arte costitutiva, poiché proprio attraverso le proprie forme linguistiche la legge dà forma ad un mondo di significati e di azioni.

  
Brook Thomas in Cross Examination of Law and Literature (1987), partendo da una concezione espressa da Rufus Choate nel 1833 che la legge si rivolge alle facoltà razionali dell’uomo, mentre la letteratura si rivolge direttamente al cuore, alle emozioni e all’immaginazione dell’intero popolo, passa alla considerazione che una comprensione della letteratura è essenziale all’esercizio pratico della legge. E per dimostrare ciò sceglie un certo numero di testi del Rinascimento americano (quali Pioneers di J. Fenimore Cooper, House of the Seven Gables di Hawthorne, etc.) al fine di aiutare a meglio definire l’ideologia del periodo. Thomas osserva, inoltre, che se da un lato la capacità della legge di risolvere i conflitti è una delle sue caratteristiche più positive, il movimento dei “critical-legal studies” ci ricorda come l’arte della retorica aiuti la legge al prezzo della cancellazione dei conflitti prodotti proprio dall’ordine costituito, legittimando l’ordine stesso. La letteratura offre delle narrazioni che divengono rappresentative di come una cultura reagisca alle contraddizioni sociali del suo tempo: ad esempio il contrasto fra il bisogno di libertà di ogni individuo con il bisogno di stabilità tipico dell’ordine sociale, che viene soddisfatto dalle leggi stesse.

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Il testo di Peter Brooks e Paul Gewirz, Law’s Stories. Narrative and Rhetoric in the Law (1996) affronta proprio questo problema: guarda alla legge non come ad un insieme di leggi e norme, ma come raccolta di narrazioni, come “performances”, come palestra linguistica e retorica. Pertanto il taglio critico consiste nel considerare la legge all’interno della letteratura e la legge come letteratura. Certamente i letterati che si occupano della legge nel testo letterario non intendono fare esegesi legale, ma semplicemente dimostrare come la letteratura, frutto del suo tempo e di tutte le idee che al periodo circolano nella società (e quindi anche degli elementi legali), riviva i problemi giuridici a suo modo, non specialistico, tuttavia sì da riflettere come la legge venga vissuta, recepita e rivisitata dall’uomo comune (cioè non uomo di legge). Douzinas, infatti, distingue fra “giustizia” intesa come concezione sostanziale e universale o come concezione procedurale e formale; fra “legge” come “dikaion” o “jus” (che regola i rapporti fra cittadini) e “legge” come regole e diritti.

Costas Douzinas in The End of Human Rights (2000) analizza quale sia il processo evolutivo che parte dal concetto di “legge di natura” nel periodo classico per giungere a quello di “diritti umani” che caratterizza il tempo contemporaneo. A suo avviso la concezione dei diritti umani è divenuta l’emblema del tentativo di liberazione da una situazione di oppressione politica ed ideologica; anzi i diritti umani rappresentano l’ideologia dopo la sconfitta delle ideologie. Quali circostanze storiche hanno condotto all’emergere prima dei diritti naturali e poi dei diritti umani? Egli osserva come i diritti umani possano essere analizzati da due punti di vista: in primo luogo tale concezione aiuta la formazione di un individuo sia libero che soggetto alla legge; in secondo luogo può tale concezione sottolineare la fine della storia? Infatti da un senso della storia come processo evolutivo si è passati ad una sua interpretazione come insondabile e incerta, in una totale perdita di una coerenza universale.

Il mito della storia come progresso si è trasformato in un anti-mito distruttivo e regressivo. Del pari la concezione dei diritti umani ha subito analoga implosione: da un senso di ribellione si è trasformata in uno stato di legittimità. Siamo sempre nell’ambito di una lotta di potere rivestita di abiti legali. La concezione dei diritti umani sottolinea il passaggio della legge da un senso di universalità ad uno di transitorietà e contingenza.
Comunque l’attuale fase postmoderna è anche una fase post-umanistica, dove l’individuo tende a tornare al centro dell’interesse politico e sociale: nella giurisprudenza liberale si è veramente ritornati al soggetto così come in politica, con il concetto di “political correctness”. Tuttavia l’ambiguità del periodo contemporaneo è tale che la soggettività, tema centrale dei diritti umani, si scontra con la decostruzione del Sè.
Costas Douzinas e Lynda Nead si erano già occupati nel 1999 in Law and the Image di un altro fondamentale rapporto interdisciplinare: quello fra legge e immagine artistica. Partendo dal rifiuto di Platone di accogliere l’artista nella Repubblica, perché arte e legge sono inconciliabili, essendo l’arte intrinsecamente anarchica e la legge fondamentalmente ordinata e coerente, i due autori poi muovono verso una considerazione di convergenza, perché da sempre la legge ha cercato di regolamentare le immagini: le immagini vanno controllate al fine di mantenere il contratto sociale. Infatti, analogamente alla religione, che ha spesso guardato con sospetto alla riproduzione della divinità, così la legge ha cercato di amministrare le immagini iconiche, oscillando continuamente fra iconoclastia e iconofilia.

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Anche Peter Goodrich in Oedipus Lex: Psychoanalysis, History, Law (1995) aveva preso in considerazione il rapporto fra legge ed immagine, vedendo la nascita della “Comon Law” collegata ad un trauma originario. La regolazione del visibile significò fin dalle origini una regolamentazione di ciò che è lecito ed un tentativo di rapportare il visibile all’invisibile, il terreno all’eterno, le immagini esteriori a quelle interiori, mentali. Fra gli studiosi storici di questa branca di ricerca interdisciplinare si deve certamente citare anche Richard Weisberg, il quale in un testo del 1984 The Failure of the Word. The Protagonist as Lawyer in Modern Fiction osserva come alla base delle predizioni catastrofiche della letteratura moderna si situi la vana logorrea dei protagonisti avvocati di certi testi quali quelli di Dostoevski, Flaubert, Camus e Melville in Billy Budd. Essendo prive di spessore spirituale, queste figure fanno emergere il profondo malaise della cultura occidentale, e danno voce al sentimento di ressentiment. Lo stacco fra parola ed etica viene portato alla superficie da queste figure di avvocati, che si crogiolano in rancori repressi e in odi che nutrono di elementi legali. Ciò che è sotto accusa non è la legge, ma l’uso che ne fanno gli avvocati, che divengono i portavoce di germi di sedizione e rancore celati nelle pieghe del vivere sociale. Tale risentimento si ammanta di grande abilità verbale svuotata di afflato visionario. La denuncia va alla scissione fra perizia ed eleganza verbale da un lato e corruzione morale dall’altro. La caduta descritta da Camus in L’étranger è quella di persone culturalmente superiori che si servono di un cattivo uso della legge per asservire gli altri al loro volere. Pertanto l’analisi che viene condotta da questi romanzi sulla figura dell’avvocato anticipa il crollo dei valori morali e lo sfruttamento dell’altro che troverà poi la propria apoteosi nell’Olocausto.
In Italia il volume Shakespeare and the Law, curato da Daniela Carpi fissa i criteri metodologici del confronto interdisciplinare e stabilisce le trasformazioni epocali all’interno della legge in epoca elisabettiana-giacobiana. Questo volume dimostra come i testi letterari operino da cassa di risonanza dei problemi giuridici che percorrevano il periodo.

 

Costas Douzinas nel capitolo “The Literature of Law” ripercorre a suo modo questo cammino critico-intertestuale. Egli parte dalla definizione del rapporto fra “establishing justice” e “telling stories”. Il confronto sembra inapplicabile, poiché se da un lato la legge richiede la monotona ripetizione di procedure, dall’altro la letteratura richiede originalità creativa e apertura ad una pluralità di interpretazioni. Tuttavia Douzinas ripercorre la storia diacronica del confronto legge/letteratura partendo da Platone, Aristofane, per giungere a Kant. Alla generica distinzione fra legge e letteratura si è aggiunto un ulteriore elemento: da un lato il desiderio di controllare il mondo e la società tramite il patto sociale e il corpus delle leggi; dall’altro una pulsione contraria che afferma che il mondo non è controllabile. La versione positivistica della legge, che afferma la possibilità della sistematicità di una rete di leggi che regoli il mondo, si contrappone alla ermeneutica legale ed alla giurisprudenza letteraria.
La letteratura ha posto una grande attenzione ai problemi legali, perciò è divenuta a sua volta oggetto di interesse per i legali. Entrambe le branche convergono verso un tentativo di comprendere il mondo e di fondare le basi per una pacifica convivenza; inoltre tentano di comprendere l’animo umano e di stabilire il confine fra male e bene, giustizia e ingiustizia. In termini psicanalitici, afferma Douzinas, la letteratura è divenuta l’inconscio della legge, il suo sogno e come linguaggio dell’inconscio serve a fare capire alla legge i problemi delle istituzioni.

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